Ci sono attimi, dentro una gara che conta, in cui il corpo arriva prima della mente.
Il cuore accelera un istante prima che la testa capisca perché. Il respiro si stringe mentre le braccia stanno ancora spingendo.
È un secondo che qualsiasi atleta d’élite conosce, e che di solito viene raccontato come il nemico da tenere a bada.
Ma quel secondo non dice nulla di per sé. Dice qualcosa solo insieme a quello che l’atleta gli mette accanto.
Uno studio recente su atleti d’élite mostra qualcosa che sul campo si intuisce da sempre ma raramente si nomina con precisione.
Chi porta con sé un richiamo originario verso il proprio sport, non la motivazione legata all’esito di oggi ma qualcosa di più antico e meno negoziabile, vive l’attivazione fisiologica sotto pressione in modo diverso da chi quel richiamo lo ha perso o non lo ha mai riconosciuto.
Lo stesso battito accelerato. Lo stesso respiro corto.
In un caso diventano informazione. Nell’altro diventano minaccia.
Non è una differenza di quanto forte sia l’ansia. È una differenza nel significato che quell’ansia riceve nell’istante in cui arriva.
E qui il discorso incontra il flow, che troppo spesso viene descritto come uno stato senza attivazione, quasi una calma.
Non è così.
Il flow è la capacità di restare dentro il gesto mentre l’attivazione è presente, non la sua assenza.
Quando il richiamo tiene, l’attenzione dell’atleta resta sull’acqua, sul campo, sul prossimo movimento.
Quando il richiamo manca, la stessa attenzione si stacca dal gesto e si sposta sulla minaccia, sul possibile fallimento, su cosa succederà dopo.
Ed è esattamente in quello spostamento che il f low si rompe.
Questo significa che il lavoro mentale con un atleta d’élite non dovrebbe puntare a ridurre l’attivazione.
Ridurla è spesso impossibile, e comunque non è il punto.
Il lavoro serio è insegnare al corpo a leggere quell’attivazione come segnale utile invece che come allarme, proprio nel momento in cui arriva, non dopo, non a mente fredda in uno spogliatoio.
È un lavoro interocettivo, non motivazionale.
Ed è il motivo per cui strumenti come il biofeedback EEG hanno senso in questo campo, non come tecnologia aggiunta al training ma come specchio che rende visibile, e quindi allenabile, un processo che altrimenti resterebbe invisibile all’atleta stesso mentre accade.
Un pensiero trasversale, per chiudere.
Quello che in un atleta d’élite si vede nella lettura del proprio battito durante la gara, in un ragazzino si vede molto prima, e in una forma più semplice, ovvero nel fatto stesso che ci sia qualcuno pronto a tornare in vasca il giorno dopo una gara persa, senza che nessuno debba convincerlo.
È lo stesso richiamo, letto a due età diverse.

